La Corte Suprema di Cassazione ha stabilito, con la sentenza n. 1254/2025, che i messaggi su WhatsApp possono essere utilizzati come prova in accertamenti fiscali. Questo indica che le conversazioni digitali scambiate tramite l’applicazione possono dimostrare operazioni finanziarie non dichiarate o casi di evasione fiscale.
Condizioni per la validità delle chat
Gli screenshot delle conversazioni su WhatsApp possono entrare nel fascicolo di un’indagine senza la necessità che l’Agenzia delle Entrate o la Guardia di Finanza abbiano intercettato il dialogo. Perché la prova sia considerata valida, è necessario dimostrare l’autenticità della provenienza del messaggio e l’integrità del suo contenuto. L’onere della prova cade sull’accertante nel caso in cui l’autenticità venga contestata.
Il caso specifico della sentenza
Un messaggio del 30 agosto 2018, in cui un cliente confermava un importo di 25.500 euro, è stato al centro della recente sentenza. La Corte d’Appello di Milano ha utilizzato questa prova per accertare la reale entità di un debito. Ciò si basa sull’articolo 2712 del Codice Civile, con la decisione firmata dalla Sezione II Civile della Cassazione.
Le procedure di sequestro del telefono
Il sequestro di un telefono è riservato a reati fiscali gravi e può essere deciso solo da un giudice per acquisire prove rilevanti. Gli screenshot e le note vocali possono costituire elementi di prova in un’inchiesta fiscale, rilevando contabilità parallele o redditi non dichiarati.











