A più di un secolo dalla notte del 1912, il Titanic continua a essere oggetto di studi e nuove analisi. Questa volta il protagonista non è una spedizione sul fondo dell’oceano, ma un supercomputer, utilizzato da un gruppo di ricercatori per ricostruire con grande precisione cosa accadde realmente nelle ore che precedettero l’affondamento. L’obiettivo non era riscrivere la storia, ma chiarire dinamiche tecniche che, fino a oggi, erano state solo ipotizzate.
Una simulazione basata su decenni di dati
Il modello digitale nasce dall’unione di una quantità enorme di informazioni raccolte nel tempo. Sono stati utilizzati i rilievi effettuati dopo la scoperta del relitto nel 1985, le immagini più recenti ottenute con sommergibili capaci di operare a circa 3.700 metri di profondità e i dati strutturali originali della nave. Tutto è stato integrato per capire come lo scafo si sia deformato, in che modo l’acqua abbia invaso i compartimenti e perché la struttura non abbia retto allo stress, arrivando a spezzarsi in due.
La simulazione mostra che l’allagamento fu estremamente rapido. Già nella prima ora dopo l’impatto con l’iceberg, a bordo entravano tra 138 e 243 tonnellate d’acqua al minuto. Un flusso ingestibile per qualsiasi sistema dell’epoca.
Pompe insufficienti e compartimenti compromessi
Uno degli aspetti più chiari emersi dal modello riguarda l’inefficacia delle pompe di bordo. Anche funzionando al massimo, riuscivano a espellere poco più di 11 tonnellate d’acqua al minuto, una quantità minima rispetto a quella che invadeva lo scafo sotto la linea di galleggiamento. Questo spiega perché ogni tentativo di contenere l’allagamento fosse destinato a fallire.
Il supercomputer ha anche confermato che il danno non fu limitato a un singolo punto. L’impatto laterale con l’iceberg coinvolse più compartimenti stagni, superando la soglia di sicurezza prevista dal progetto originale.
L’ipotesi dell’impatto frontale
La simulazione ha permesso di affrontare una domanda discussa da anni: cosa sarebbe successo se il Titanic avesse colpito l’iceberg frontalmente. Secondo i risultati, i danni sarebbero stati più concentrati e avrebbero interessato meno compartimenti. La nave, con buona probabilità, sarebbe rimasta a galla più a lungo, soprattutto con una velocità ridotta. Questo non significa che la tragedia sarebbe stata evitata, ma aiuta a capire quanto alcune decisioni abbiano inciso sull’esito finale.
Nel complesso, il modello digitale è coerente con la disposizione attuale dei rottami sul fondale e con le mappe sonar già note. Non emergono rivelazioni clamorose, ma un quadro più chiaro e solido di ciò che accadde davvero in quelle ore drammatiche nell’Atlantico del Nord.

